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Febbraio 2019

In un commercio sempre più digitale acquisiscono sempre più importanza le direttive europee e l’applicazione della normativa fiscale e contabile in ambito e-commerce.

Sul tema, lo studio scrivente sta sempre più specializzandosi potendo contare oramai su una pluriennale esperienza maturata direttamente sul campo, anzi sulla rete, in termini di affiancamento alla clientela relativamente alla disciplina contabile e fiscale dello stesso.

Diversi interpelli sono stati fatti all’Agenzia delle Entrate in modo da poter dare un supporto quanto più scrupoloso e preciso alla clientela sulle tematiche ibride nelle quali la normativa del commercio classico non si adatta perfettamente a quello online.

Nel corso degli ultimi anni infatti diversi “commercianti tradizionali” hanno visto crescere in maniera rilevante il volume d’affari dell’area e-commerce tale da non poterlo trattare con disinteresse o in maniera pressapochistica.

Tanti nuovi clienti presentavano trattamenti del tutto similari e allineati fra i due contesti di vendita (tradizionale ed e-commerce), prassi del tutto fuorviante e da riorganizzare completamente.

Il commercio elettronico si distingue in diretto, laddove la transazione nasca e si concluda in rete, ed indiretto, ovvero quando il consumatore finale acquista tramite la rete ma riceve il prodotto/servizio in un secondo momento. Questa è senza dubbio la casistica che più frequentemente ci troviamo ad affrontare.

Il commercio elettronico indiretto nasconde una grossa insidia nei resi, sempre più frequenti e favoriti specialmente dalle politiche di tutela del consumatore, che vedono in Amazon e nei principali market place i loro più grandi alleati.

Amazon e i principali market place che diventano sempre più importanti anche come piattaforme presso le quali il commerciante posiziona la sua vetrina online, pagando una commissione alta ma beneficiando di un “traffico” senza eguali e impareggiabile se si dovesse auto generarlo nel proprio sito.

Ma come possono Amazon & co. applicare determinati prezzi si chiedono i più?

Bisogna sapere che il margine medio di un venditore online in generale si assesta sul 2-3%, percentuali inimmaginabili per il commercio tradizionale che con le stesse partirebbe già con una ingente e antieconomica perdita d’esercizio a budget.

Il core business di questi colossi però non è la vendita del prodotto in sé come per il commerciante tradizionale, bensì l’erogazione di servizi ai rivenditori che ospitano in “casa loro” e la fidelizzazione del cliente finale che monitorano e studiano giornalmente potendosi poi permettere di rivendere trend di mercato, andamenti del consumo o sfruttarli a loro piacimento. Creano servizi finanziari o multimediali “a colpo sicuro” poiché basati sul comportamento dell’utente finale preventivamente tracciato.

Tornando alla problematica dei resi, la stessa è rilevante anche ai fini fiscali, dovendosi produrre documentazione di supporto idonea a giustificare la rettifica del corrispettivo inizialmente annotato, con conseguenti variazioni ai fini della liquidazione dell’iva.

In sede di eventuale controllo, la documentazione attinente al magazzino con le relative movimentazioni della merce deve essere scrupolosamente ordinata e protocollata secondo schemi prestabiliti di modo da non generare negli Uffici la convinzione che col commercio elettronico sia celata economia sommersa.

Le informazioni che sembrano le più banali sono talvolta causa dei più frequenti e dispendiosi errori, come non menzionare la partita iva nel proprio sito internet che può costare fino a 2.000 euro in termini di sanzioni.

O ancora non rendere disponibili e facilmente fruibili le informazioni di contatto al cliente attraverso le quali lo stesso può contattare il venditore, l’omissione delle quali può costare addirittura fino a 10.000 euro (Corte di giustizia Europea).

Diversi portali, blog, pagine d’informazione nati come spesso accade col “fai da te” e fra amici, dal punto di vista dell’inquadramento fiscale si basano poi sull’occasionalità della prestazione per non dover incorrere (pensano loro) in burocratiche e dispendiose pratiche con professionisti specializzati.

Occasionalità però, la quale viene a mancare fin dal principio: basti per l’Agenzia delle Entrate pensare alla ripetitività con la quale il sito è accessibile giornalmente dai terzi, alla ripetitività delle pubblicazioni, alle mire di profitto con le quali le varie attività vengono coordinate, non parliamone proprio poi se si fatturano anche più di 5.000 euro annui con ritenuta d’acconto.

E’ quindi necessaria una partita iva, o perlomeno chiedersi se e quando serva e organizzarsi di conseguenza.

Le brutte sorprese poi non son mai piacevoli, nemmeno per gli youtuber o i fashion blogger.

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